Una morte amara.

Sulla carta una riflessione sulla morte, che dal vivo si configura come un incerto confronto col nulla, sul nulla. Se a primo avviso ci si potrebbe aspettare un’esplosione di materiali e citazioni su uno dei temi più battuti dalle arti umane, ciò che davvero ne esce è lo sgretolamento della capacità dei performer di comunicare, o – ancora prima – di avere qualcosa da dire, qualcosa da portare al rituale incontro con lo spettatore.

Daria Manichetti e Francesco Manenti hanno proposto, nel loro lavoro IKI, uno sguardo sul passaggio in un altrove (che ci sia, oltre quella finestra?) e sulla tragica impossibilità di ri-trovarsi nella materia, nella fisicità del corpo, scoprendosi solo essenza eterea. Certamente il lavoro presentato è stato un’anteprima, molto c’è ancora da lavorare e stabilire, ma il “work in progress” non può comunque esimersi dall’incontro con il pubblico, dal porsi domande circa la direzione verso cui si sta indirizzando il proprio progetto.

Rimane quindi da chiedersi se il destino delle nuove generazioni di performer sia questo adattarsi alla vaghezza e alla banalità oppure possa essere un concreto agire, nonostante le circostanze, per arrivare al nucleo delle cose e far sentire al pubblico, e pure alle istituzioni, che  ciò che è necessario trova sempre una strada per farsi arte.