Io suono il movimento che tu sei:
danzando sulle tue vertebre
affondo le dita nella carne
come fosse una fisarmonica
Mentre tu
mi punti il dito
come se io fossi colpevole.
Una nota di troppo.
Un passo scomposto.
Una melodia contorta,
una corda di violino rotta.
Nelle vene scalpita l’irrefrenabile desiderio
di perdersi nel ciclone
di un pezzo di Beethoven.
Concedersi alla vertigine,
al fervore del nostro sguardo,
alla natura selvaggia delle mani
che si cercano
che si sfiorano,
incapaci di esternare
la loro profonda alienazione.
Ma tu non temere, impareremo a ballare
anche sotto il temporale
impareremo a mettere il piede nel posto giusto
per proteggerci dal fango.
Mi basteranno delle scarpe consumate
e le tue gambe indomabili
per darci ad una danza tribale,
per riscoprirci su una pista da ballo,
per risorgere in una tinozza di colore
e tramutare tutto
in emozione.
Mattia Longaretti
