Passi-apparizioni

Per raccontare Hybrid, lo spettacolo di Tiziana Bolfe, scelgo l’udito.
L’interesse per la dimensione sonora è attivo già prima di assistere alla performance. La presentazione della performance annuncia questo: “La generazione dei suoni attraverso i movimenti: amplificare le tracce sonore che il corpo imprime nello spazio, come macroscopie del suono (…)”. In modo molto generico mi aspetto di assistere ad una performance in cui spazio sonoro e movimento appaiono assieme.
Ora che scrivo a qualche giorno di distanza dalla visione della performance, mi accorgo che nella memoria si sono impressi diversi momenti sonori.

Silenzio e sospensione dell’inizio. Prendo posto. Il brusio degli spettatori svanisce in breve tempo. C’è un clima d’attesa silenziosa. Noi spettatori, composti, ci rivolgiamo ad una scena che ci attende immobile e muta: un corpo di donna a terra, un uomo seduto dietro apparecchi elettronici, la scenografia è costituita dalla platea e dai palchi ombrosi del teatro.

Botta – risposta sonora – incomprensione. Il corpo scivola, scorre, si sospende, cade, generando tonfi violenti e perpendicolari. I colpi sono impressi su luoghi precisi dello spazio. Al tonfo seguono suoni derivanti da altre fonti. Ad ogni impatto segue un frammento di registrazione audio in cui una voce di donna presenta il senso della performance. Poi agli urti seguono suoni elettronici che mi colpiscono per la loro intensità: mi toccano ed impattano imprimendo in me tonalità molto dense e precise. Mentre sento questo, avverto nel corpo della danzatrice un essere altrove: la sua qualità mi pare non lasciarsi toccare dai suoni che lei stessa ha richiamato e preteso. Il suono ha toccato me, ma non lei? Sento l’irritazione dell’incomprensione.

Vocalizzi di giochi bambini. Il suono elettronico ora proviene direttamente da una fonte in movimento. Il suono mi fa pensare ai vocalizzi di un adulto che gioca a spingere un bimbo sull’altalena o su un triciclo. I vocalizzi di alternano come brevi interventi in un dialogo a due: l’uno traccia disegni precisi, l’altro appare incerto e confuso.

Il suono della discesa, del lasciare andare mesto. Silenzio. Sospensione. Il tessuto di un k-way si spiega. Il microfono amplifica dinamiche discendenti: una lenta e delicata strofinata, un’espirazione, un tonfo.

Applausi – passi vestiti – passi nudi. Tra gli applausi, il suono dei passi. I passi felpati di lui, quelli impattanti di lei.

Penso alla performance di Francesca Foscarini, Good Lack. Tre situazioni molto diverse tra di loro. Il senso con cui decido di descriverle è quello della vista.

Back Pack. I colori si susseguono: prima cadono alla rinfusa, poi l’uno dopo l’altro, veloci si mostrano distesi; si sovrappongono, sempre sullo stesso spazio –il corpo della performer- in un alternanza che crea un gradiente di emozioni. Verde, grigio, nero, rosso, giallo …. giallo, rosso, grigio, nero, verde.

John Tube. Ombra e luce appaiono inaspettate. L’una non si dà senza l’altra. I confini tra le due non sono netti… Luce, penombra, ombra, buio.

Let’s Sky. Una superficie estesa si costruisce piano piano frontalmente a me; pezzo dopo pezzo, per magia, assume un colore neutrale. Un muro s’alza; quasi senza rendermene conto non vedo più la performer in carne ed ossa. Ecco però comparire qualcosa, forse un animaletto nero, forse un’interferenza … Nel costruirsi della parete, piano piano si rende riconoscibile l’affaccendarsi di un corpo nero ed il definirsi di un perimetro chiuso. Appare una nuova prospettiva, quella dall’alto! Fatico a vedere il muro in quanto superficie. Sono catturata dall’apparizione di un piccolo corpo vestito di nero in movimento all’interno di un perimetro chiuso. È frontale a me, ma so che si tratta di una visione dall’alto. Sorrido meravigliata, come chi ha finalmente capito il trucco di un bel gioco di prestigio.

 

Marta Zocca