All’entrata degli spettatori, il performer è già in scena, disteso su due sedie e con il volto coperto da una giacca. Si muove leggermente, rimanendo sempre nascosto, sembra quasi uno dei tanti chlochards che possiamo incontrare in qualche panchina, in qualche stazione. La voce registrata (in inglese) comincia a guidarci, ad accompagnarci in questo viaggio, sì perché proprio di questo si tratta: un cammino tra i pensieri e i movimenti del danzatore, che si trova in questo stallo, bloccato nell’Alf, e non sa quale sarà la lettera che arriverà dopo. È un lasciarsi attraversare dagli sguardi del pubblico, con cui interagisce molto, ma anche dagli sguardi da cui è giudicato “mi guardano, dall’alto in basso e pensano di sapere già la mia storia”, senza aver avuto la possibilità di conversare veramente, di raccontarsi. Nei suoi occhi c’è tutto il dolore di chi non si sente compreso, vuoi per barriere linguistiche, vuoi per pregiudizi infondati. Ci sentiamo colpevoli e stupidi, perché tutti noi, almeno una volta, abbiamo avuto la presunzione di conoscere una persona dall’apparenza.
Il performer è fluido nei movimenti che, anche se a volte rimangono giusto abbozzati, spesso ricalcano quello che la voce racconta o canta. Molto è lasciato all’improvvisazione, cosa abbastanza pericolosa anche se si ha una traccia da seguire, perché può portare all’approssimazione. Un rischio che il danzatore si assume, riuscendo – anche se non sempre- a cavarsela.
E alla fine si ritorna come eravamo partiti, sulla sedia, nonostante tutto c’è la voglia di andare avanti, di accogliere il futuro, qualunque sia la direzione verso cui esso ci porterà, speranza o dolore. Non possiamo saperlo. Quello che invece è chiaro, è l’urgenza per Mounir Saeed di restituire lo stato dell’essere in attesa, in una sorta di sala d’aspetto della vita, lasciandosi attraversare dalla presenza dagli altri.
Ci fa ben sperare in artisti che abbiano la volontà e l’emergenza del dire, con un’onestà del messaggio che va oltre i mezzi semplici e modesti che uno ha a disposizione per restituirlo.
Anna Peretto
