Mi accomodo con gli altri spettatori, una cinquantina e quasi tutte donne, nella sala affrescata dell’Odeo del Teatro Olimpico. Siamo seduti in due file in semicerchio. Una voce fuori scena ci parla in inglese e italiano. Ci spiega di aver bisogno di noi: dobbiamo spostare, sorreggere, abbracciare, far ballare, sollevare il suo corpo, avvolto in un telo bianco chiuso da lacci.
A mano a mano le istruzioni vengono eseguite, malgrado il contesto dietro l’ironia si intuisce la tragedia, la performance in questa fase prende l’aspetto di un funerale.
La sparizione del corpo avvolto nel sudario fa apparire il danzatore, vitale e carismatico, indossa una maglia e dei jeans neri, è a piedi nudi. Ci introduce in quattro fasi nel suo mondo dominato dal grande fratello. I movimenti descrivono ogni passaggio sottolineando o contraddicendo le parole, assistiamo a danze per la libertà, espressioni di orgoglio nazionale, partecipiamo attivamente cantando la nostra Bella Ciao, ballando in linea con il performer. L’atmosfera si fa tesa quando a conturbanti passi di danza si alternano movimenti che suggeriscono pestaggi e violenza. La maglia del danzatore va a coprirgli il viso, diventa vittima sotto i nostri occhi. E le parole continuano a essere ironiche, mentre il corpo del performer svela la dura verità dell’oppressione.
Patrizia Duso
