Speranza e Dolore per me sono diventati quasi subito Attesa e Nostalgia.
Attesa dell’incontro, Nostalgia della coralità, della connessione attraverso la coralità della danza.
Ho riconosciuto subito il non-luogo che poi ha descritto essere un aereoporto. Inizialmente mi ero immaginata Mounir, sdraiato sulle sedie, in uno di quei baretti delle medine arabe, molto esposti al via vai della gente, ma dove molti abitanti si soffermano e si riconoscono reciprocamente.
Ho visto questa ricerca di un riconoscimento reciproco, attraverso lo sguardo impaziente e vivo, per tutto il tempo della danza.
Mounir quindi è sospeso in un non-luogo affollato di persone di passaggio, mi evoca il titolo di un film: lost in transaltion. E’ sospeso in mezzo a gente di passaggio, che non si sofferma se non per ripetere, ma anche sospeso tra linguaggi e culture…. almeno un paio.
Al tempo stesso non perde mai la speranza dell’incontro. E per me la esprime con la nostalgia della coralità. “Il suo corpo, nella danza, solcando lo spazio disegna continue assenze”… quelle dei corpi e delle persone connessi e uniti nella danza. Le danze tradizionali africane e nordafricane a mio avviso hanno questa caratteristica preponderante: si costruiscono nella coralità. E secondo me Mounir, abbracciando la danza contemporanea, (tutta occidentale e che parte quindi dall’individuo), ne ha una nostalgia pazzesca, e la trasmette tutta.
Orietta Festa
