Con l’intento dichiarato di coreografare l’album Suicide come se fosse Il lago dei cigni adeguandosi quindi a una partitura – e guidato dal diktat della strategia obliqua “sii sporco”, Stefano Questorio ci mostra l’inferno.
Un lavoro che, rigoroso nel seguire le proprie linee guida, non si lascia imbrigliare in un genere e non appartiene pienamente a nessun luogo artistico: apolide.
Si viaggia nel tempo, si torna agli anni 70 , a un certo tipo di rabbia e alienazione tipica degli esordi del punk, a cui il corpo di Stefano aderisce totalmente, in una “danza” cruda, disperata e sporca.
Assistiamo alla tragedia di Frankie (la traccia cuore dell’Album), sotto la luce livida del neon che illumina l’interprete, terrorizzati da un’idea: non siamo negli anni 70… come urla la voce di Vega… siamo tutti potenziali Frenkies, anime senza pace.
Letizia Tonello
