Sono nella palestra dell’istituto per anziani in cui lavoro.
Maria Luisa ha quasi 80 anni. È stesa sul lettino, con fatica si è girata sul fianco destro. Le chiedo di sollevare il fianco per permettermi di porre un piccolo cuscino, così da rendere più aperto e disponibile il fianco sinistro. Lei non sa come fare: si contorce, cerca appigli su cui tirarsi, tende le gambe senza trovare appoggio, non riesce. Solo per qualche istante, nei suoi tentativi, pare accennare a l’unico modo a mio parere adeguato al fine di alzarsi, ovvero respingere il lettino con le braccia.
La richiamo a sentire i gomiti sul letto. Ecco che Maria Luisa si erge, dapprima in modo incerto, poi con uno slancio inaspettato. La scena che vedo, d’improvviso mi riporta alla memoria un momento visto a teatro durante una performance di danza qualche sera prima. Rivedo un frammento dello spettacolo “Le quattro stagioni” della compagnia Arearea.
Durante la prima parte dello spettacolo le danzatrici sono a terra, concentrate alla destra del palcoscenico, accarezzate dal flusso d’aria incessante generato da due grossi ventilatori rumorosi posti all’estremità opposta. Sono sul fianco, rivolte agli spettatori. In un’alternanza ritmica, per un po’ ripetono un movimento bizzarro: si ergono spingendo con le braccia al suolo, ed espongono i loro bei volti a l’aria. Nel fare ciò sono scosse da una leggera vibrazione del capo e da uno strano sbattere di ciglia. Avverto una situazione di disagio un po’ dissimulato, l’esposizione di un’ingenua bellezza, che resiste mantenendo la propria posa nonostante la fatica. Mi dico stupita ed un po’ divertita: “Che strane!” Interrogo quel che vedo alla luce del titolo della performance e mi chiedo: “che stagione è questa? … È la primavera!”. Vedo un prato di fiori gialli di tarassaco, in un giorno di sole e vento.
Maria Luisa d’un tratto somiglia a loro. Bella, erge il capo ed il busto con fatica, ma con dignità.
Marta Zocca
