Paolo De Paoli


Paolo sapeva che stava soltanto allungando i tempi del suo dolore, eppure non riusciva a fermarsi. Aveva aperto ancora una volta l’armadio di Lynette. Aveva toccato le sue camicette, i suoi vestiti, le sue gonne. Ci aveva tuffato la faccia dentro e aveva cominciato a piangere, dapprima sommessamente, poi urlando tutto il suo strazio.

Al corso di auto-mutuo aiuto il responsabile aveva consigliato a tutti loro di scrivere. E lui aveva cominciato a raccontare per iscritto il loro amore. Era sicuro che a Lynette sarebbe piaciuto quello che scriveva. Ma di una cosa Paolo era sicuro: per quanti sforzi lui facesse per richiamarla indietro dal posto dove era finita, lei non sarebbe mai più ritornata. Nemmeno con la lusinga delle parole che a lei piacevano così tanto. Paolo non era neanche sicuro di stare meglio. Era un modo di andare aventi, però.

Era successo verso la fine del suo incarico all’estero. Paolo, quasi alla fine della sua carriera di insegnante, aveva avuto l’opportunità di un contratto di lavoro ben retribuito che comportava però l’obbligo di trascorrere lunghi periodi lontano da casa. La distanza che li aveva costretti a stare divisi pesava molto a tutti e due ma la loro relazione si era consolidata. Come per magia avevano dimenticato tutte le burrasche della loro vita coniugale e avevano conservato memoria soltanto dei momenti belli ed intensi, che erano stati comunque innumerevoli. Quell’estate Lynette aveva avvertito prima dei disturbi e poi dei dolori e da lì era iniziato il triste calvario. Un male incurabile aveva messo fine ai loro progetti quando già sembrava che potessero vivere serenamente l’ultima parte della loro vita. La sua solitudine adesso era orrenda. Passava giornate intere senza parlare con nessuno.

“Adesso è arrivato il momento di volerti bene, Paolo”. Era la farmacista del paese che glielo stava dicendo. Lui era seduto sulla panchina della piazza, immerso nella sua disperazione e lei era uscita, aveva camminato verso di lui e gli aveva detto queste parole. Non era venuta al funerale ma era stata gentile, pensava Paolo. Una frase convenzionale come tante altre che la gente gli aveva ripetuto. Sei ancora giovane, devi guardare avanti, la vita continua, blablabla. Però quelle parole avevano fatto breccia e si erano sedimentate da qualche parte dentro di lui. 

Un giorno aveva letto su Facebook che vicino a casa sua era iniziato un laboratorio di Contact dance. Paolo non ne aveva mai sentito parlare, ma era incuriosito da quello che ne aveva letto in rete. Amava il teatro e quando insegnava aveva conosciuto attori e registi che glielo avevano fatto apprezzare. Uno dei suoi maestri, in modo particolare, animava dei laboratori di espressione corporea, come si chiamavano allora, nei quali lui si sentiva molto a suo agio. Li aveva proposti anche ai suoi studenti che li avevano molto apprezzati. Ma era passato così tanto tempo.

Decise di andare e si ritrovò in una palestra scolastica insieme a cinque o sei ragazzi e ragazze. L’animatore diede dei suggerimenti per iniziare, chiese loro di chiudere gli occhi e il gioco cominciò. Paolo era un po’ esitante all’inizio. C’era questo pensiero disturbante. Si chiedeva cosa stessero pensando di lui i ragazzi. Si domandava fino a che punto il toccarsi era lecito. Era la prima volta che li vedeva, in fondo.

Poi la musica prese il posto dei suoi pensieri. La musica e le sensazioni. Erano le stesse che aveva provato tanto tempo prima. Si accorse che forse per la prima volta non era invaso dal dolore. Esisteva solo il fluire, lo sbalordimento, lo scorrere delle percezioni, l’ascolto degli altri, la presenza assoluta nel momento. Era una realtà parallela, dove il corpo si espandeva senza confini e senza paure, in assoluta libertà.

Gli tornarono in mente gli occhi estatici del Satiro danzante di Mazara del Vallo e le parole di un suo maestro: “ I matti e gli attori sono fratellini. Gli attori sanno però quando devono fermarsi.” Si fermò dopo un tempo infinito.

La musica era cessata da qualche minuto ma lui non se n’era accorto e aveva continuato a muoversi. Aprì lentamente gli occhi. I ragazzi lo stavano guardando. “Ma tu chi sei?” Gli domandò una bella ragazza che poteva essere sua figlia. “Ti muovi benissimo.” Paolo fu sorpreso e imbarazzato, compiaciuto e orgoglioso. Capì che poteva spremere le ultime gocce di eternità dalla vita e che doveva diventare quello che era.

E così iniziò a danzare.