Sulla fortunata eredità del lascito
(o di quando la danza ha cambiato la mia percezione del mondo)
L’estate scorsa ho avuto la fortuna di partecipare ad una Nelken Line, coordinata da Marigia Maggipinto, in occasione di Opera Estate Festival Veneto. L’esecuzione della celebre “danza delle stagioni” di Pina Bausch ha suscitato in me svariate sensazioni e feconde riflessioni. Essa consiste in una camminata scandita da quattro gesti ripetuti, simbolo ciclico delle quattro stagioni. Si inizia dalla primavera, quando le mani si aprono al nuovo e il filo d’erba è piccolo quanto la falange dell’indice destro; si prosegue con l’estate quando l’erba si slancia in alto, verso il grande sole che si crea tra il pollice e l’indice della stessa mano. In autunno la mano sinistra raggiunge la spalla corrispondente per farsi tronco, e la mano destra, che era il sole, diventa foglia che cade oscillando.
Le mani si ricongiungono in inverno, chiuse in due pugni stretti e tremanti per il freddo. E, di nuovo, si abbassano all’altezza del bacino per riaprirsi alla primavera.
| Sull’immaginario radicato |
Qualche mese prima di prendere parte alla Nelken Line ho partecipato ad un workshop di teatro fisico, in cui, tra i vari esercizi, era stato richiesto di trasformare alcune immagini in movimenti. Per realizzare l’immagine dei fiori la mia sequenza prevedeva l’apertura degli avambracci verso l’esterno, con le dita tremolanti verso l’alto ad indicare i fili d’erba mossi dal vento tra cui potevano germogliare, appunto, i fiori. Quando Marigia ha spiegato i gesti della primavera, la mia memoria fisica è sobbalzata: il gesto dell’apertura era identico, come lo erano le dita tese verso l’alto. Questa comunanza gestuale mi ha commossa e mi ha fatto riflettere sulla potenza generatrice di un immaginario tanto radicato da essere comune. Qual è il terreno di questo immaginario? Dove si
originano e come si intrecciano le sue radici? Forse nello sguardo assetato della linfa proveniente dalla natura che tutto avvolge? Isadora Duncan, ne L’art de la danse (1911), scriveva: “Quando qualche mio movimento ricorda gesti apparsi in opere d’arte, è solo perché queste attingono alla grande sorgente della natura. Mi sono ispirata al movimento degli alberi, delle onde, delle nuvole […]. Cerco sempre di infondere nei miei movimenti un po’ di quella divina continuità che produce bellezza e vita in tutta la natura.”
Forse proprio nello sguardo attento ai doni offerti instancabilmente dalla natura si cela la culla dell’immaginario radicato, ed è proprio questo terreno comune che permette a chi guarda di sentirsi parte di un universo di immagini senza tempo.
| Sullo spazio di ospitalità |
La sera in cui abbiamo eseguito la Nelken Line mi sono resa conto della grande occasione che mi veniva offerta. Ho percepito la coreografia come uno spazio in cui poter entrare per esprimersi, una sorta di contenitore vuoto da abitare con i movimenti appresi. Sono affascinata dagli spazi ampi che lasciano campo libero all’immaginazione espressiva, che si tratti della sala di un museo, del corridoio della biblioteca, o di un parcheggio desolato. Non avevo mai pensato ad una coreografia come ad uno di questi spazi, eppure sentivo chiara e forte una voce accogliente, che mi invitava a fare capolino e ad abitare quello spazio con tutto il mio corpo. Da qui è nata un’altra intuizione: se prendo parte ad una coreografia come se entrassi in uno spazio di ospitalità, allora posso entrare
anche in altre forme compositive? Se sì, perché non me ne rendo conto? O meglio, perché non percepisco una poesia o un testo teatrale come uno spazio simile? Dopotutto anche un testo può farsi contenitore da riempire con voce, suoni ed intenzioni. Eppure con una coreografia questo passaggio è più immediato, forse perché ad entrare è proprio il corpo che, con la sua vicina materialità, può toccare con mano ed esperire nella carne i confini arrotondati dello spazio di ospitalità.
| Sulla fortunata eredità del lascito |
Questa concezione della forma espressiva, e in particolare della forma danzata, come contenitore, mi ha permesso, per un attimo, di cambiare la mia percezione sul mondo. Ho infatti iniziato ad immaginare le varie forme compositive non solo come spazi da abitare, ma proprio come doni, come lasciti provenienti da chi ci ha preceduto, di cui sentirsi grati e responsabili. Ed ecco che mi ritrovo a dire grazie ad una poesia, ad una canzone e ad una coreografia: grazie per farvi casa, grazie per la possibilità di darvi linfa con il mio corpo, grazie per consentirmi di tenere in vita un’urgenza narrativa più antica. Colma di verdeggiante riconoscenza, cerco di tenere bene a mente questa visione e, per quanto possibile, di avvicinarmi con delicata attenzione ad ognuno di questi spazi fortunatamente ereditati.
